La danza dell’accoglienza – Il concetto di vicinanza e distanza nella terapia online

La danza dell'accoglienza

In quasi due mesi di lavoro e vita a distanza mi sono spesso interrogata sul concetto di vicinanza nella relazione in generale e di come si fosse trasformata.
Il web pullula di foto di persone che cenano su Zoom, quindi in qualche modo ci siamo adattati a questo cambiamento.
Ma che impatto ha questa nuova modalità di incontro nella relazione Terapeuta- Paziente?
Nelle relazioni interpersonali in generale (lavorative, familiari, amicali, intime, etc) è indispensabile riuscire a modulare le giuste distanze, da come riusciamo a farlo dipende la qualità della relazione stessa, a volte anche l’accezione “sana” o “patologica” che noi terapeuti ne diamo.
Noi creiamo le giuste distanze con i nostri clienti attraverso un setting ben strutturato: un giorno definito, l’ora, il numero di incontri settimanali, il compenso, gli orari in cui siamo disturbabili, etc.
E adesso questo setting com’è?
Il mio è fatto di orari dilatati causati da cattive connessioni; festività inesistenti (a Pasquetta eravamo comunque tutti chiusi in casa); il compenso che arriverà quando le persone potranno riscuotere di nuovo.
Inoltre questo è un momento di vita dove tutti siamo in pericolo, non esistono ruoli, il virus è democratico. Noi siamo “vittime” di pensieri, emozioni, tali e quali a quelli dei nostri pazienti, per non parlare del rischio di vita che corriamo tale e quale agli altri.
Quindi alcuni confini sono “vaporosi”, inconsistenti (decade anche il concetto di liquido che dà Bauman).
Altri, quali per esempio la distanza fisica (prossemica) e sensoriale sono invece estremamente rigidi.
Pensiamo al tatto, a quanto ci dia indicazione sullo stato dell’altro e della relazione che abbiamo creato:

  • il cliente che quando ti vede ti porge la mano
  • quello che si stringe nelle spalle o nel cappotto ed entra in stanza senza salutarti
  • chi ha bisogno di abbracciarti e baciarti a fine seduta
  • chi vuole la tua pacca sulla spalla per sentire che davvero hai cura di lui/lei.
    Questo vale anche per l’olfatto, altro senso che media la relazione; spesso ci sentiamo vicini o lontani in base all’odore che ha l’altro.
    In questo momento entrambi i sensi sono “spenti”, la loro assenza crea distanza, volenti o nolenti, tra noi e l’altro.
    Quindi come ricreare la giusta distanza per una relazione terapeutica sana ed emotivamente intensa?
    Abbiamo gli altri sensi a nostra disposizione e la nostra pancia non può togliercela nessuno!
    Il senso della vista, anche se non abbiamo la visione completa del nostro cliente, ci viene in aiuto. Ricordiamoci che i neuroni specchio ci mettono nella condizione di avvicinarci all’altro. Ci si sente “tenuti”, considerati, se si viene guardati negli occhi. Creiamo alleanza se ridiamo insieme.
    Pensiamo al fatto che stiamo vedendo le stanze che abitano i nostri pazienti, abbiamo la possibilità di entrare un po’ nel loro spazio fisico, di conoscerli quindi da un altro punto di vista.
    E poi c’è l’udito che ci offre informazioni sulla vicinanza emozionale. Pensate ai silenzi, al tono e al timbro della voce.
    Io ho in testa una danza, dove il terapeuta guida, e attraverso l’accoglienza crea uno spazio di giusta vicinanza, dove far “abitare” la relazione terapeutica.
    Come?
  • Accoglienza fisica: sorridiamo, stiamo comodi nelle nostre poltrone di casa, facciamoli entrare in un nostro angolo privato, magari proprio lì dove teniamo un oggetto a noi caro.
  • Accoglienza temporale: la disponibilità a fare entrare l’altro ed accoglierlo in un tempo che è di quarantena anche per noi e le nostre famiglie.
    Il nostro ascolto è comunque “alto” e genuino, non vogliamo perderci niente di ciò che dice e se la connessione fa cilecca ci fermeremo 5 minuti in più.
  • Accoglienza emotiva: viviamo le stesse sensazioni dei nostri clienti con la differenza che noi siamo in grado di accoglierle ed aiutarli a dare significato.
    Possiamo condividere i contenuti di ciò che sentiamo con i nostri clienti, certo non i processi: “anche io sono triste perché non vedo i miei genitori; anche io soffro la quarantena”; “anche io ho paura per me e le persone a me care”. Questo ci connette umanamente, ci permette di modellare l’altro con il nostro esempio comportamentale: siamo insieme, non abbiamo paura di parlare delle nostre emozioni, restiamo funzionali.
    Non dimentichiamoci che il sentirsi dentro uno spazio di ascolto e comprensione dà la possibilità all’altro di sentirsi capito e come lo spazio in cui si abita dà il senso di appartenenza.
    Forse non è poi così importante stare vicini fisicamente se sappiamo “ballare” insieme in altro modo!

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