Lavorare sulle narrazioni per promuovere il cambiamento psicologico

Lavorare sulle narrazioni per promuovere il cambiamento

Poiché la consulenza psicologica e la psicoterapia hanno come strumento principe la parola, è indispensabile scegliere con cura i termini in grado di aiutare le persone a rappresentarsi un Sé più funzionale, autentico e felice.

Come professionisti dobbiamo tenere a mente che il cambiamento è possibile solo se può essere pensato, in forma dialogica, nella mente del cliente e del terapeuta.

Il grande neurologo Sherrington (1919) definiva il cervello un “telaio incantato”, che tesse strutture narrative sin dalla più tenera età, allo scopo di classificare e semplificare la realtà.

Il cervello organizza e archivia le scene di eventi complessi per poterli poi richiamare dalla memoria a lungo termine conservandone la struttura narrativa. Le parole e il tono di voce che ciascun individuo utilizza per comporre questi blocchi narrativi, sono tipici del contesto familiare in cui cresce e si sostanziano, più che degli eventi in sé, del modo in cui tali eventi sono stati rappresentati e raccontati dalle figure di accudimento.

Come scrive O. Sacks (1985): “ciascuno di noi è una biografia, una storia. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi – attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni e, non ultimo, il nostro discorso, i nostri racconti orali. Da un punto di vista biologico, fisiologico, noi non differiamo molto l’uno dall’altro; storicamente, come racconti, ognuno di noi è unico.”

A tal proposito Berne (1961) riteneva che a 2 anni il bambino avesse già scritto la prima bozza (protocollo di copione) della narrazione della sua vita passata, presente e futura, che amplierà fino a raggiungere la sua forma definitiva, ovvero il copione vero e proprio, intorno ai 6 anni. Il copione comprende una descrizione rappresentata di sé, dell’altro e del mondo e il racconto delle strategie di sopravvivenza che il soggetto dovrà mettere in atto per salvarsi dalla sofferenza fisica e psichica.

Come sostiene Pecere (2015): “la storia cerebrale è il sotto-testo costante di ogni racconto su noi stessi”, resta nelle strutture neuronali e nel corpo della persona, il correlato neurofisiologico di quella narrazione e di quella storia di vita.

Il sintomo, i disagi psicologici e i blocchi emotivi non solo sono diretta conseguenza del copione ma costituiscono gli ingranaggi di un sistema di rinforzo attraverso cui l’individuo si trova a confermare rigidamente la propria immagine di sé o dell’altro.

Dati questi presupposti risulterà evidente che non è possibile pensare al cambiamento psicologico senza che vi sia un cambiamento nel dialogo interno, nella voce narrante che ciascun individuo porta con sé e che mantiene aderenza a quel copione, al quel piano di vita e alle decisioni ad esso connesso.

Facciamo un esempio partendo dalla narrazione di una paziente.

V. è una donna di 34 arriva in terapia per uno stato ansioso/depressivo iniziato in seguito al tradimento e alla separazione dal suo fidanzato. La narrazione che V. fa di sé è costellata di vezzeggiativi (“sono sempre stata un po’ fragilina”), di valutazioni critiche (“a scuola…un disastro,”non sarei capace di portare il mio curriculum per un posto di lavoro”) e di continue interruzioni nell’eloquio (“non sto parlando in modo chiaro, vero?”, “mi sono impappinata ora non parlo più”).

Il tono emotivo è dominato dal terrore e dalla vergogna, V. appare molto più giovane della sua età, spiazzata e ignara rispetto al suo funzionamento psichico. La narrazione di sé, tutta incentrata sul senso di incapacità, ed i suoi processi cognitivi, emotivi e gli schemi comportamentali, sono tesi ad evitare di entrare in contratto con le sue più grandi paure: il fallimento e il giudizio.

Affinchè il cambiamento sia possibile e V. senta di poter gradualmente uscire dalla gabbia dorata del sintomo, deve essere possibile una narrazione di sé e dell’altro nuova, scevra dalle limitazioni del copione.

Vediamo come favorire il cambiamento del dialogo interno di V. attraverso 4 tappe strategiche del lavoro terapeutico

1. AUMENTARE IL GRADO DI CONSAPEVOLEZZA SULLE VALUTAZIONI AUTOMATICHE

V. non ci si accorge della modalità limitante e squalificante con cui si tratta e questo rende il processo di blocco inarrestabile.

E’ di primaria importanza aumentare la sua capacità riflessiva al fine di sviluppare l’“orecchio interno”,in modo che V. impari ad ascoltare la propria voce interna, accrescendo il proprio grado di consapevolezza.

2. INDIVIDUARE LE CONSEGUENZE SUI PENSIERI, EMOZIONI E COMPORTAMENTI

E’ essenziale che V. impari a valutare che impatto ha sulle proprie scelte e i conseguenti comportamenti il proprio dialogo interno. Quando mi dico “sono stupida” cosa cambia sul piano emotivo? Cosa sento? Quale idea di me rinforzo? Quale rappresentazione di me e dell’altro confermo? Cosa faccio o cosa non faccio?

3. RIDECISIONE

C’è stato un tempo in cui questa narrazione di lei aveva senso; se si diceva che era stupida poteva evitare di coinvolgersi in nuove attività e in questo modo si proteggeva dalla critica e dal giudizio. Per fare questo però ha sacrificato molti aspetti della sua vita e si è limitata. Il nostro lavoro come terapeuti è aiutare V. a riscegliere per sé, oggi, con questa nuova consapevolezza. Attraverso la terapia potrà vedere come può darsi il permesso di fare esperienze diverse, accogliendo la possibilità di sbagliare, perchè è solo attraverso tentativi ed errori che possiamo apprendere nuove modalità.

4. RISTRUTTURARE IL DIALOGO INTERNO

A questo punto V. è pronta a sostituire il proprio dialogo interno, in modo da sostenersi piuttosto che svalutarsi. In questa fase l’obiettivo è trovare parole e modi nuovi con cui la persona possa sostenersi nel cambiamento, nell’uscire fuori dal guscio.

Cosa ho bisogno di dirmi per affrontare questo esame? Come posso sostenermi ed incoraggiarmi di fronte ad una cosa che mi spaventa?

Attraverso questo lavoro V. imparerà a sostituire la critica, la vessazione, con modalità accoglienti e propositive, volte a sostenersi e migliorarsi per non incappare sempre negli stessi errori.

E infine cari colleghi, non dimentichiamoci che anche noi terapeuti portiamo nella mente e nel corpo il nostro copione. Mentre ascoltiamo le narrazioni di chi si siede di fronte nel nostro studio, teniamo sempre un orecchio consapevole sulla nostra voce interiore.

E tu cosa ti dici mentre lavori?

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