Riflessioni operative sulla “fame” di esistere

Riflessioni operative sulla fame di esistere

Come terapeuti è fondamentale porsi la domanda: “cosa spinge il mio paziente ha reiterare un’azione dannosa per lui?”. In generale: “qual è la base motivazionale che spinge i nostri pazienti a fare determinate scelte?”

Berne sosteneva che il comportamento umano è determinato da vari tipi di “fami”; scelse la parola “fame” per sottolineare come non parliamo di semplici bisogni ma di una questione di sopravvivenza. Egli infatti sosteneva che se non soddisfatte portano alla disorganizzazione della personalità di un individuo.

Berne all’interno della sua teoria distingue tra:

– Fame di stimoli: è un livello biologico, riguarda il cibo e la stimolazione sensoriale (contatto fisico, piacere). Le carenze su questo piano possono avere ripercussioni sullo sviluppo cerebrale e quindi dell’intera personalità.

– Fame di riconoscimento: si è esplica a livello psicosociale, senza riconoscimento di ciò che siamo e facciamo la mente si atrofizza. In Analisi Transazionale la “carezza” è quindi un qualsiasi atto che implichi il riconoscimento della presenza dell’altra persona.

– Fame di struttura: a livello sociale abbiamo necessità di strutturare il nostro tempo o la capacità di entrare in contatto si atrofizza. Tale necessità è considerata talmente forte che viene considerata un vero e proprio problema esistenziale: che senso ha la mia vita? cosa posso fare per stare bene? quale mio comportamento è socialmente accettato?

Le carezze ci giungono in forme e modi diversi:

– Carezze verbali: “ti voglio bene”, “sei stato bravo”, “complimenti ottimo lavoro”

– Carezze non verbali: pacca sulla spalla, abbraccio, mimica faciale.

A seconda del messaggio inviato possiamo distinguere:

– Carezze positive: “mi piaci”, “vai bene proprio così come sei”. Trasmettono il messaggio “tu sei ok” e si concludono con una sensazione di benessere in chi le riceve. Steiner chiama queste carezze “caldo morbido” proprio per descrivere questa sensazione.

– Carezze negative: “sei una delusione”, “sei cattivo”, “resterai solo”. Sono invece dolorose e trasmettono un messaggio “tu non sei ok” e spesso si concludono con una spiacevole sensazione in chi le riceve. Steiner le chiama “freddo ruvido”.

Le carezze possono infine essere conseguenza di situazioni diverse:

– Carezze condizionate: ti do un aumento se finisci il lavoro in tempo

– Carezze incondizionate: ti do un aumento.

Tutti questi riconoscimenti sono necessari per lo sviluppo dell’individuo, anche se con diversa intensità, durante tutta la crescita e la vita adulta.

Steiner evidenziò attraverso le sue ricerche come i bambini occidentali vengano allevati secondo una rigida “economia delle carezze”, che segue cinque regole fondamentali:

1. non dare carezze

2. non chiedere carezze quando ne hai bisogno o le desideri

3. non accettare carezze anche se le desideri

4. non respingere le carezze quando non le desideri, o anche se non ti piacciono

5. non accarezzare te stesso

Con queste regole i genitori insegnano ai bambini che le carezze sono in quantità limitata. Nell’infanzia e durante tutto lo sviluppo le persone fanno delle prove per scoprire qual è il tipo di comportamento che può soddisfare il loro bisogno di carezze e quando lo scoprono tendono a riproporlo. Nel caso in cui non ricevano sufficienti carezze positive ricercheranno quelle negative.

Inconsapevolmente gli adulti continuano a vivere secondo queste regole, ma il prezzo che pagano è quello di una vita parzialmente deprivata, con limitati scambi affettivi e un dispendio di energie alla ricerca di carezze ritenute erroneamente esigue. In tal modo il nostro bisogno di riconoscimento rischia perennemente di rimanere insoddisfatto.

La ricerca di carezze può assumere molte forme e varia da persona a persona in relazione alle esperienze fatte, ogni persona ha un proprio “quoziente di carezze”.

Facciamo un esempio trattando il caso di A.

A. è una professionista di 45 anni, sposata con due figli.

Giunge in terapia quando il marito le comunica che vuole lasciarla. Lei è distrutta e non capisce, continua a ripetere “cosa ho sbagliato”.

I due stanno insieme da 25 anni. La relazione ha sempre funzionato così: lei che fa e lo coinvolge, lo sprona, lui che non decide, si adatta e poi la colpevolizza. Lei si è brillantemente laureata nei tempi, lui si è laureato anni dopo perché lei gli ha scritto la tesi. Lei ha comprato la casa, lui si è trasferito.

La sua storia è costellata dal “fare”, non dal sentire: in casa si lavorava sodo e basta. Così lei oggi ripropone lo stesso schema, non si ascolta e fa.

Lui la offende spesso e denigra, anche di fronte ai bambini, allora lei si da ancora più da fare. Porta la maggior parte dei soldi a casa, pensa a pagare il mutuo della casa, il sostentamento e le attività dei figli, lavora in un proprio studio professionale.

A. riferisce di non aver mai ricevuto riconoscimento dai propri genitori, studiare era suo dovere, così come dare una mano a casa, nessuno le ha mai detto brava. Quindi per lei oggi è normale lavorare sodo, anche quando sta male; non avendo ricevuto feedback di nessun tipo è portata a “strafare” perché crede di non essere mai abbastanza. Così giustifica le offese del marito, carezze negative, l’unico modo che ha sviluppato per esistere: se sbaglia lui la vede.

Ognuno di noi indossa un suo personalissimo filtro delle carezze: vengono ammesse solo quelle che corrispondono all’immagine che abbiamo di noi.

Quindi quando io rimando ad A. un messaggio positivo “Sei stata molto brava a consegnare il lavoro nei tempi e ad occuparti da sola della festa del bambino, hai fatto pure la torta!” lei risponde: “Non è venuta benissimo e non sono riuscita a fare proprio quella che voleva lui”.

Gli schemi delle carezze vengono registrate nel nostro cervello, perciò è comprensibile quanto sia difficile rompere uno schema di carezze negative in un adulto strutturato. A. è cresciuta prima, rinforzata poi dalla storia con il marito, in un clima povero di carezze, è chiaro che se mi spingo troppo presto con molte carezze positive rischio di spaventarla.

L’obiettivo finale con A. è portarla a vedersi, riconoscersi e sostenersi, in modo da essere capace di darsi le giuste carezze e ricercarle in relazioni paritarie, dove il suo “essere ok” non venga messo in discussione, a prescindere da ciò che faccia o non faccia.

Il lavoro lento e costante che dovrò fare con A. sarà quello di:

1. RENDERLA CONSAPEVOLE del suo apprendimento ma soprattutto della sua “fame” (desideri e bisogni autentici) e quali siano i modi, poco funzionali e protettivi per lei, con cui ricerca riconoscimento costante. Il suo fare mettendosi sempre in secondo piano per esempio, in cui rischia di sostituirsi all’altro, ponendosi in relazioni non paritarie e reciproche. Inoltre A. non chiede carezze, non si da carezze, non accetta carezze anche se le desidera e soprattutto non rifiuta quelle che non le piacciono. La consapevolezza la aiuterà a tradurre ciò che desidera realmente in azioni di benessere.

2. COGLIERE LA DIFFERENZA TRA CAREZZE POSITIVE E NEGATIVE. Io sarò un buon modellamento per lei, dandole dapprima carezze condizionate, in modo che lei possa vedere i dati di realtà a cui mi lego e quindi possa digerirle con più facilità. Poi piano piano potrò passare a carezze incondizionate. Una volta creata una solida alleanza passerò a carezze non verbali: un bacio all’arrivo in studio, una mano sulla spalla a fine seduta. L’obiettivo è che lei si dia il permesso di trasgredire le regole implicite apprese, scegliendo per sé in base ai suoi attuali bisogni. Ricevere carezze è “ok”, ce le meritiamo, fa bene!

3. Invitarla a CHIEDERE CAREZZE quando ne ha bisogno, in una dimensione vera ed autentica, invece di farsi sola e “strafare” per essere vista. E’ “ok” anche chiedere carezze e quelle che si ottengono domandandole hanno la stessa importanza di quelle date spontaneamente. In questa fase è utile inserire un training al feedback, come chiederlo e come riceverlo.

Si tratta di un intervento “profondo” che porterà A. a conoscersi e riconoscersi prima fra tutti!

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