Stagnazione e riattivazione: sbloccare le impasse in psicoterapia

Stagnazione e riattivazione

Ti è mai capitato di annoiarti in seduta e pensare “ci diciamo sempre le stesse cose!”? Di andare nel panico perché senti che non c’è via di uscita? O ancora di arrabbiarti con te stesso e il paziente perché non “si sblocca” ed agire così una svalutazione diretta ad entrambi?

NO PANIC! Tutti ci siamo trovati, almeno una volta nella nostra vita professionale, in stallo.

Ma cosa succede realmente e soprattutto come uscirne vivi?!

Ci sono ottimi motivi per cui un individuo dovrebbe andare in stallo durante la terapia:

– Ogni paziente ha un proprio nucleo familiare in cui è inserito, una propria rete relazionale che condivide con lui molto più tempo di te. Talvolta l’ambiente disfunzionale può ostacolare il raggiungimento degli obiettivi della terapia e mantenere la persona in una posizione scomoda nonostante i suoi sforzi.

– La psicoterapia è un processo di cambiamento ed ogni cambiamento porta con sé tante paure, il più delle volte non consapevoli. Non dimenticarti che le operazioni di difesa hanno permesso alla persona la sopravvivenza, anche se adesso non sono più funzionali. Rendere i pazienti consapevoli del loro copione per far sì che facciano scelte funzionali nel qui ed ora è un processo lungo: smontare uno schema esistenziale impresso nella mente, nel cuore e nel corpo delle persone richiede un lavoro costante e certosino. E’ del tutto normale che il tempo di un cambiamento stabile sia lungo, incostante e ripetitivo.

– Il 90% di ciò che accade nella stanza di terapia è dato dal tipo di relazione terapeutica che hai instaurato. La fase dell’alleanza è un processo costante durante tutto il percorso terapeutico ed è il risultato di un incontro di due soggettività che interagiscono e si compenetrano, a volte portando la ripetizione di relazioni precedenti. E’ cura del terapeuta comprendere ed utilizzare il proprio controtransfert per capire cosa sta succedendo nella relazione, tenendo sempre presente che esiste il pericolo di agire proprio come il paziente vuol portarlo ad agire, sulla spinta della sua coazione a ripetere, in vecchi schemi patologici. Inconsapevolmente, agendo schemi ripetitivi (giochi psicologici) cerca conferma dell’impossibilità di relazionarsi in modo diverso e del fatto di essere “incurabile”. Questo può creare una relazione non autentica e portare entrambi gli attori in un pantano.

– TUTTO ciò che avviene o non avviene in seduta ti dice qualcosa su di te, sul tuo paziente e sulla vostra relazione. Non spaventarti dei silenzi, il corpo urla. Aiutalo a “sentirsi” e a prendere consapevolezza di dove si trova: come sta seduto, in quali parti del corpo avverte tensione, ha dolori? Cosa cambia nel suo corpo tra l’inizio e la fine della seduta? Il paziente prova sollievo dalle tensioni, riprende a respirare e a sentire scorrere di nuovo un po’ di vitalità se capisce che può esserci un’altra via d’uscita?

Credo fermamente che la psicoterapia sia un’arte e che come ogni lavoro di artigianato guardi all’unicità e all’essenza di colui che ha di fronte. Il buon terapeuta-artigiano si sporca le mani, mettendo tutto se stesso e le molte tecniche a disposizione, ricordandosi che le chiavi per raggiungere un buon risultato sono la creatività e la sartorialità dell’intento terapeutico.

Quando vivi una fase di impasse con un paziente, mettiti alla ricerca di canali su cui poterlo intercettare: ad esempio l’utilizzo di un’immagine che rappresenti la condizione di stallo che state attraversando può rappresentare un contenuto inedito da scoprire insieme: è una modalità molto funzionale perché più immediata e semplice da comprendere rispetto alla mera descrizione di processi e colpisce il livello destrutturato e fertile della psiche degli individui. A volte è più evocativa e d’ impatto delle parole e può essere usata poi per facilitare l’immaginario del paziente: come possiamo co-costruire una figura che rappresenti il cambiamento che il cliente vuole oggi per sé?

La narrazione creativa è un altro strumento molto potente: è possibile modificare il linguaggio con cui la persona si racconta, gli aggettivi con cui si qualifica e, nel corso delle sedute, è possibile impersonare personaggi diversi da sé, nuovi percorsi e perché no, riscrivere un finale più in linea con i desideri odierni del cliente.

La ricostruzione di storie favorisce l’organizzazione mentale di una biografia personale che adeguatamente intrecciata con le storie di altri significativi, contribuisce a donare un senso alle proprie esperienze ed alla propria esistenza.

Narrare rappresenta, quindi, un’operazione di consapevolezza in quanto equivale a costruire una propria visione di sè e del mondo, in cui è possibile rischiare prospettive alternative rispetto ad un copione di vita che si ripete sempre nello stesso modo.

Il punto è utilizzare TUTTE le “porte” di una persona, non c’è solo il pensiero lineare o il vissuto emotivo, ma anche il pensiero laterale. Stimoliamo la persona a guardare le cose da un altro punto di vista, mettersi “a testa in giù” per vedere se il mondo cambia colore. Tecniche proprie per stimolare il pensiero laterale vanno dall’utilizzo di tecniche espressive (il disegno, il lavoro su opere artistiche evocative) alle metafore, all’UMORISMO.

Sì ho detto umorismo, la psicoterapia non deve essere per forza un percorso composto e serioso. Ricordiamoci che l’umorismo ci aiuta nel problem solving proprio perché ci consente di vedere le cose da prospettive nuove e stimola la creazione di strategie di coping. Oltre al fatto che cementa l’alleanza, lo strumento terapeutico per eccellenza: ridere insieme è un potente strumento di connessione.

Ognuno di noi ha la propria cornice teorica di riferimento da declinare con tutto ciò che contraddistingue la nostra identità di persone e professionisti: i nostri saperi, e soprattutto il nostro “saper essere”.

Io sono un Clown Dottore e la mia ormai ventennale esperienza mi ha insegnato che prima di tutto devo guardare la parte sana di una persona: dov’è che funziona, cosa le ha permesso di sopravvivere fino ad oggi, su cosa posso fare leva. Ho imparato che ridere CON l’altro in modo autentico, in primis di me, mi rende “raggiungibile” e trasforma la stanza di terapia non solo in un luogo sicuro ma in un posto dove è piacevole stare e tornare anche quando le corde che tocchiamo bruciano.

Quando ridiamo tutto il corpo si attiva, pensate alle persone che stanno solo sul pensiero e che l’unica sensazione che sentono è la paura, ogni risata libera endorfine, scuote i muscoli, energizza e rilassa al momento stesso.

L’umorismo favorisce un salto cognitivo che consente di distanziare se stessi da ciò che è doloroso, quindi svolge una doppia funzione: rende minima la percezione di difficoltà e accresce la capacità di affrontarne le conseguenze.

Inoltre è un ottimo mezzo attraverso il quale valicare le difese del paziente, portando alla luce pensieri, sentimenti e comportamenti che altrimenti rimarrebbero nascosti. Questo è dovuto al fatto che, grazie all’umorismo, è possibile mostrare i propri “difetti” in un modo non minaccioso, affrontando così positivamente le relazioni.

Sperimenta in maniera creativa: usa, per esempio, l’esagerazione di un fatto, pensiero, sentimento o sensazione, incarnalo con il movimento del tuo corpo. Aiuterai la persona che siede di fronte a te a vedere con occhi diversi ciò che prima non era visibile, si approccerà ad una nuova realtà, avrete avviato una ristrutturazione nella rappresentazione di sé, dell’altro e del mondo.

In tutto questo TU sei l’artigiano e insieme lo strumento che rende concreto il cambiamento, perciò ricordati di prenderti cura di te!

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