Stiamo a casa! Stiamo a casa!

Restiamo a casa

C’è una cosa che tutti noi possiamo fare per aiutare noi stessi e la collettività: STARE A CASA! Per rendere il giusto rispetto alle immagini deflagranti dei camion militari che caricano le salme di Bergamo dobbiamo RESTARE A CASA. Come gesto di civiltà e gratitudine nei confronti di coloro che sono in prima linea, distrutti, consumati ma potenti e salvifici: DOBBIAMO RESTARE A CASA.

Restare a casa è la soluzione per salvare la pelle e per salvare il paese e spero che questo concetto sia inequivocabilmente chiaro, ma penso sia fondamentale essere consapevoli dei costi psicologici dell’isolamento.

La deprivazione relazionale ha delle conseguenze, come ogni altro processo umano, e se riconosciamo quali sono possiamo avere l’occasione di trovare delle soluzioni. Qualcuno potrà obiettare che ora abbiamo ben altri problemi a cui pensare: la morte, la malattia, i respiratori, la crisi economica, i medici che si ammalano. Vero vero tutto vero, ma su molti di questi aspetti siamo spettatori impotenti (CHE DEVONO RESTARE A CASA PER NON AGGRAVARE LA SITUAZIONE), ma possiamo avere, invece, una capacità consistente nel prenderci cura degli aspetti psicologici del nostro nucleo familiare.

Conosciamo tutti il vecchio adagio “l’uomo è un animale sociale”: la nostra evoluzione ha selezionato gli individui più capaci di creare connessioni con altri simili, strutturare tribù e lasciarsi contagiare dalle idee e dal mondo degli altri. Del resto lo sviluppo della nostra specie ricapitola lo sviluppo dell’individuo; pensiamo ai bambini che conoscono se stessi proprio attraverso il contatto con gli esseri umani: conoscono il loro nome perché pronunciato da chi vuole attirare la loro attenzione, scoprono il loro corpo grazie alle mani amorevoli di chi li accudisce e, soprattutto, imparano IMITANDO il comportamento dei loro pari e degli adulti di riferimento.

La salute mentale è fermamente connessa alla vita relazionale e ora che i contatti con i nostri simili, con quelle persone che rappresentano per noi ristoro e sostegno, scarseggiano, non è difficile intuire che il nostro equilibrio psichico vacilli. Non mi occuperò in questa sede delle vere situazioni di emergenza che ho in carico come terapeuta in cui le vittime sono esposte H24 ai loro aguzzini oppure a famiglie psicotiche in cui si perde il contatto con la realtà, senza una rete sociale o amicale che funga da rifugio.

Voglio invece accendere la tua consapevolezza su quello che accade nella tua casa, nella mia casa: oltre all’approvvigionamento della dispensa, a buttare la spazzatura, a far fare i bisogni al cane, dobbiamo quotidianamente occuparci del nostro nutrimento psicologico, attraverso semplici comportamenti che possono modificare il clima emotivo dell’isolamento.

1. Non lasciare in sottofondo per tutto il giorno il telegiornale. Anche se nel frattempo sei impegnato in altre cose, se ti sembra che tuo figlio, che gioca con le cuffie a Fortnite online, non capti la notizia riguardante un tuo coetaneo medico che non ce l’ha fatta, sappi che i vostri cervelli raccolgono gli stimoli sottotraccia e pompano adrenalina (il neurotrasmetittore della paura) orientando la tua mente a diventare reattiva, ad alterare la capacità di rilassarsi per conciliare il sonno, a modificare le funzioni attentive rendendola a trazione impulsiva piuttosto che riflessiva.

Scegli un momento nella giornata in cui informarti, scegli una voce, una sola, che ritieni autorevole e riferisciti a quella. Prendi del tempo per spiegare ai tuoi figli, con le vostre parole, cosa sta accadendo, dando loro contenuti facilmente comprensibili avendo cura di seminare in loro speranza, la consapevolezza che gli esseri umani hanno già vissuto grandi catastrofi e sono stati capaci di rifiorire ed evolvere.

2. Se hai l’opportunità e, anche la fortuna, di poter lavorare da casa organizza impegni e pause in maniera cadenzata: questo renderà il tempo prevedibile per te e per gli altri componenti della famiglia. E’ importante per i tuoi cari sapere che ora non sei disponibile, ma tra 40 minuti potranno chiederti di tirare giù dalle mensole alte del ripostiglio un vecchio puzzle. Questo sarà per loro confortante e potrebbe aiutare anche te nel concentrare il tuo impegno per 90 minuti, sapendo poi che avrai 20 minuti di pausa per sgranchirti, bere e parlare con i tuoi familiari.

3. Usa la tecnologia. Se non eri un tipo tecnologico non devi diventarlo ma impara ad utilizzare sistemi di comunicazione digitali e mostrare ai tuoi figli che dedichi un tempo della tua giornata a parlare con le persone care a alla cura degli affetti lontani. Non è la stessa cosa, non ha la carica emotiva di un abbraccio, ma hai bisogno di non disabituarti alla condivisione, al ritmo della conversazione, allo scorgere negli occhi degli altri la loro emotività. Il tuo esempio vale più di mille parole per piccoli e grandi: restare in contatto con gli altri essere umani è un compito, una necessità come idratare il nostro corpo.

La categoria più colpita è quella dell’infanzia tra i 2 e i 7 anni: in questa fascia sono troppo piccoli per avere contatti autonomi con i pari ma anche troppo grandi per farsi bastare i giochi di casa. Mamme, papà non perdete l’impegno di farvi sentire con la scuola per ottenere che le maestre facciano almeno dei video: le nozioni non sono fondamentali, lo sono invece il tono della voce e il sorriso di persone che fino a poco fa erano a contatto con quei bambini per 8 ore al giorno.

Proponete ai vostri figli di giocare mentre sono connessi via Skype con i loro amichetti, con i nonni, con i cugini, con gli zii, con il bambino della palazzina di fronte. Siamo fortunati ad avere la tecnologia in questo momento, utilizziamola bene.

Non dimentichiamo di restare a casa, di non perdere i codici relazionali del branco, di RESTARE UMANI!

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