Totem e tabù del terapeuta

Totem e tabù del terapeuta

Ti è mai successo di lavorare mentre hai un forte mal di testa? Forse ti sei percepit* affaticat* e meno lucid*: hai fatto del tuo meglio, hai riconosciuto facilmente che c’era un problema che, a qualche livello, stava interferendo con la tua capacità di focalizzarti sul cliente.

Lavorando come supervisore rilevo di frequente che, alla base di processi terapeutici bloccati o disfunzionali, esistono dei segnali che disturbano la sintonizzazione della relazione terapeuta-cliente; il fatto che questi segnali siano spesso meno evidenti ed espliciti della cefalea, li rende particolarmente difficili da individuare e insidiosi per il percorso psicoterapeutico.

Porre il focus attentivo sulla persona che ti siede di fronte o si sdraia sul lettino del tuo studio, favorisce la comprensione dei sintomi che condizionano la sua vita e l’individuazione dei cambiamenti che desidera per sé: la tua efficacia negli interventi e nella direzione terapeutica, è fortemente connessa con la capacità di mantenere un orecchio rivolto a quello che succede dentro di te MENTRE ascolti l’altro, mentre entri in contatto con il suo mondo: 

• Quali sensazioni ti restituisce il tuo corpo?

• Quali pensieri attraversano la tua mente?

• Quali emozioni risuonano in te nell’incontro?

Tutto questo materiale non visibile è un patrimonio enorme di informazioni che riguardano te e l’altro da intercettare mettere al servizio del cambiamento del cliente.

La nostra professione è infarcita di luoghi comuni, e di clichè di cui almeno una volta nella vita anche tu sarai stat* vittima: 

– il terapeuta è perfetto e onnipotente

– il terapeuta non si arrabbia mai

– al terapeuta devono piacere tutti

– il terapeuta non ha bisogni

Di la verità ti sei impost* imperturbabilità e neutralità quando una colica intestinale ti ha assalito violenta durante la seduta delle 17; ti sei dett*, di fronte ad una persona disperata, tradita dal partner che DOVEVI dire una cosa sensata, illuminante, invece niente…balle di fieno hanno attraversato la tua mente da sinistra a destra per 28 infiniti secondi.

E ancora ti sei autoconvint* che un vero professionista sa e deve prendere in carico TUTTE le tipologie di utente e quindi: primo paziente con perversioni sessuali, “si, lo prendo! Ce la posso fare!” e…ti trovi ad arrossire, balbettare e sudare mentre ti racconta nel dettaglio perché annusare gli slip indossati da un giorno non gli consenta di raggiungere l’erezione piena come quelli indossati da 48 ore.

Aggiungiamo un po’ di stakanovismo per cui …”ok inizio alle 8.30 e finisco alle 21.30″ ed arrivi a trascinarti in una specie di trance agonistica al termine della quale chiudi la porta dello studio, ti accasci e piangi.

Potrei farti ancora tanti esempi e sono molto curiosa di ascoltare i tuoi racconti perché se c’è una cosa che questo lavoro mi ha insegnato è che la realtà supera SEMPRE la fantasia e le storie delle relazioni terapeutiche sono uniche, ricche e sempre sorprendenti… per ora mi fermo e arrivo al punto: sottolineiamo spesso con i clienti l’importanza del CONTATTO INTIMO con sé come prerequisito necessario per qualunque percorso di evoluzione psicologica, al di là degli obiettivi specifici; a volte però i terapeuti dimenticano la centralità di portare avanti questo stesso “AUTOMONITORAGGIO SENSIBILE” mentre lavorano.

Ti lascio qualche piccolo spunto di riflessione…approfondiremo nei prossimi incontri.

1.   Ti senti COMODO nello spazio di lavoro che ti sei organizzat*?

Mettiti sedut* e concentrati sulle sensazioni nel tuo corpo. Poi guardati intorno, ti piace l’orientamento della poltrona rispetto alla porta, ad esempio? Oppure se lavori attraverso Skype ti va bene mostrare quello che inquadra la webcam? C’è qualcosa di significativo per te che vorresti che fosse più o meno visibile?

2.   Hai previsto dei TEMPI DI LAVORO che sono ben equilibrati per te.

Osserva il planing della tua settimana: è ben bilanciata? Ci sono spazi in cui puoi svagarti, fare attività fisica, dedicare tempo a te e ai tuoi affetti? Osservando la tua giornata di lavoro è compatibile con i bisogni fisiologici di un essere vivente che mangia, beve, va in bagno, ha bisogno di sganchirsi e distrarsi?

3.   Quali sono i TUOI CRITERI per la presa in carico dei pazienti?

Il nostro è un lavoro in cui si cresce continuamente in termini di complessità terapeutica e umana. Datti il tempo di scoprire quali sono le tipologie di clienti con cui ancora non ti senti a tuo agio e chiediti di cosa hai bisogno rispetto a questa difficoltà? Quali sono i parametri protettivi per te e per il cliente?

4.   Hai previsto spazi periodici di SUPERVISIONE e CRESCITA PERSONALE?

Avere uno spazio a cui riferirsi per interrogativi e dubbi riguardo alla formulazione del caso, alla diagnosi, alle incertezze nella direzione terapeutica aumenta il tuo livello di sicurezza ed efficacia nel lavoro e ti consente di interrompere sul nascere eventuali processi disfunzionali nella relazione terapeutica.

Più sei centrat* e sicur* di te nel lavoro maggiore sarà il successo terapeutico: la psicoterapia è un luogo dove regna l’intimità, un contenitore protetto in cui incontrarsi e “svelarsi”. Anche il terapeuta è in gioco la sua sensibilità, i suoi “limiti interni”, timori, interrogativi, sofferenze e idiosincrasie.

Quanto più riuscirai a sentirti comod* e centrat*, più potente sarà l’incontro con il tuo cliente: uno scambio tra due individui, due corpi senzienti che lentamente cercano di entrare in contatto attraverso le modalità, i tempi, i copioni che strutturano le loro identità.

Quali sono i Tabù di cui vuoi liberarti?

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